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D Regionale: il Brown Sugar Fabriano festeggia la storia prima vittoria in Serie D

“In vino veritas”, dicevano qualche millenniuccio fa, ma anche “valentia”. Dopo un quadrimestre di convivi, simposi, carri allegorici, botti evacuate, fusti di birra da sette galloni dilaniati, cene, controcene, brunch, abbuffate pantagrueliche, accampamenti al bancone del bar, baristi morti di fatica, cirrosi epatiche e pastiglie di moment ingollate all’indomani di ogni gozzoviglia come non ci fosse un venerdì prossimo, nel doveroso lungo omaggio alla principesca ed estenuante arrampicata della primavera 2017 verso la serie D agli ordini del capospedizione Christian Vico, la sgangherata accolita dei Brown Sugar Fabriano si rimette in moto.

Rinnovata nell’animo e nello spirito, nei fegati e nei fisici, nella front-line e nel backcourt (va beh, dai: nei lunghi e nei piccoli è meglio…), la ciurma giallonera mette a battesimo il cammino al piano di sopra sulle rattoppate tavole di parquet del PalaMazzini contro l’Upr Montemarciano. Già, Montemarciano: terra di lussuria, voluttuosità e di gente dura a vendere la pellaccia. Così l’inizio è tutto un grattacapo per il nocchiero Vico e per il navigato maestro Splinter delle minors al suo fianco, che risponde al nome di Luciano Bolzonetti. Al taglio del nastro della nuova stagione lo smarrimento è generale, a partire dal neo emissario dell’Istituto Nazionale di Statistica Riccardo Rossi, al quale la cervellotica “app” per la conta di cesti, carambole, palle buttate nel cesso e assistenze crea iperventilazioni e strani formicolii (per la prossima gara tornerà al vecchio e caro pallottoliere, ci ha confermato). Montemarciano marcia, e i Brown Sugar si aggrappano ai guizzi peperini di Giacomino Pellacchia per evitare che il bastimento si allaghi ancora prima di salpare. Il primo tempo è tutto un giocare al gatto col topo: ai ruvidi forestieri Novelli, Cardinaletti e compagnia si tiene botta con la grazia angelica di Andrea Pallotta e con gli immancabili balzi nel traffico di Paolo Carnevali.

A Montemarciano però gli attributi li sanno usare, e l’inerzia è ospite: alla seconda sirena è l’Upr a condurre la tenzone di due lunghezze (34-32). Durante l’intervallo, nello spogliatoio cartaio sbuca misteriosamente un forno a microonde. Cosa ci faccia lì non è chiaro (i sospetti ricadono su Lorenzo Sassi, avvezzo a punch o vin brulè), resta il fatto che nell’elettrodomestico viene infilata la mano mancina di Simone Moscatelli: l’incantesimo è fatto. Al ritorno sulle tavole bombate, la musica cambia e da nenia funebre diventa rock ‘n roll purissimo: i polpastrelli sinistri di Moscatelli danno il là subito a un mini-break per volare a +5. Montemarciano è alle corde e Gabriele Nizi, eccelso “fighter” d’area, risolve più di una noia lì dove i gomiti si fanno più acuminati.

La panca dà il suo con lo zoccolo granitico dei vari Narcisi, Fabrianesi e dei fratelli Sacco (una sorta di remake dei gemelli Derrick di Holly e Benji), senza contare l’intramontabile Raffaele Tonini, giunto alla sua 8.983esima presenza nelle minors (quando iniziò era ancora vivo Naismith). L’orchestra suona che è un piacere: dalla lunga le percentuali sono da mille e una notte e la superiorità a rimbalzo conducono la prima regata in porto tra applausi scroscianti e sorrisi ad arcata dentale piena. Insomma: un secondo tempo da basket champagne (o verdicchio, più propriamente, conoscendo certi palati). Non appena l’arbitressa libera lo chignon per il gong finale, il tabellone dice 74-64.
Buona la prima, dunque: è stato un po’ questo il coro unanime, all’arrivo della prima pinta di birra a cena.

Valerio Mingarelli

© Riproduzione riservata

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