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La parte emozionale dello sport, analisi sul rapporto tra allenatori e giocatori nell'attività giovanile

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Pubblichiamo e condividiamo questa interessante analisi che è giunta in redazione, relativa al rapporto tra allenatori e giocatori nell'attività giovanile.

Tante volte mi sono chiesto se un allenatore debba essere esclusivamente un tecnico o anche un educatore, un confidente, un amico e un esempio da seguire e in che proporzioni.
Ad un tecnico spettano i compiti di guida, insegnamento, decisione, selezione, e ciò comporta che sia chiamato a gestire dei processi di formazione tecnica e comportamentale dell’atleta.
L’atleta, dal conto suo, deve dare la sua completa disponibilità a farsi guidare, apprendere, condividere i metodi e le decisioni per favorire la coesione, la cooperazione e per conseguire gli obiettivi di squadra prefissati.
Tutto ciò è possibile solo se l’atleta ha una profonda stima del suo allenatore e se l’allenatore riesce a trasmettere professionalità, competenza, carica emotiva ed essere un vero Leader.

Come direbbe uno dei migliori tecnici ancora sul campo (Julio Velasco) un allenatore deve essere:
- se stesso…perché quello che non funziona di sicuro è chi vuole essere quello che non è, perché gli altri se ne accorgono subito.
- essere autorevole: deve sapere molto di quello di cui parla, sapere i particolari, non parlare con schemi preconfezionati
- essere giusto agli occhi della squadra; deve essere e sembrare giusto. Il leader deve pensare a tutte le cose che capitano nella squadra – tenendo il filo di tutto – e ricordarle
- combinare la grande esigenza in certe cose con l’aiutare quando ci sono problemi. L’allenatore è l’elemento di motivazione, perché è lì che controlla, chiede, pretende, etc, ma deve anche rendersi disponibile, quando i problemi li ha un suo atleta.
- coltivare il senso di appartenenza. E’ necessario creare con tutti i giocatori situazioni di affettività, che siano compatibili con le situazioni di grande esigenza. Quanto? Quanto basta.

L’allenatore ha il grande compito di far vincere la squadra e educare allo stesso tempo. Gli atleti sono pronti a sacrificare tutto per l’allenatore…. lasciare indietro la famiglia, le amicizie, la scuola, gli amori…. quando si ha un obbiettivo forte nel cuore e nella testa e un sogno da realizzare nulla si può mettere tra te e quel sogno.
L’allenatore ha un grande potere e una grandissima responsabilità. Egli può decidere la “vita sportiva” di un atleta…. portarla alla ribalta o distruggerla per sempre. Troppe volte si sente parlare di buoni atleti che hanno smesso di fare sport perché non erano considerati per quello che valevano effettivamente o perché in quella “realtà” non c’era spazio per loro.
Il potere di giudizio, di ricompensa, di deprivazione e di competenza sono solo alcuni dei poteri che ha in mano un allenatore.

Ogni allenatore deve essere consapevole che per mantenere vivo e proficuo il rapporto con i propri giocatori è indispensabile che dedichi a ciascuno, in campo e fuori, una giusta attenzione di base attraverso piccoli ma importanti comportamenti di vicinanza (un sorriso, una domanda, un apprezzamento, un parere, un consiglio, una correzione, una battuta, un richiamo, una esortazione … ecc.). Oltre questo è importante che il mister ritagli periodicamente uno spazio di confronto con ogni giocatore della sua rosa per uno scambio di pareri sul rendimento, sui progressi, i regressi e gli obiettivi di miglioramento da condividere

Ma chi sono gli allenatori??...che studi hanno fatto…. che esperienze professionali hanno avuto?... perché per insegnare a scuola servono esami in pedagogia e psicologia e per insegnare sport basta un patentino preso un week-end??.. perché nessuno misura e controlla periodicamente il comportamento “umano” di un allenatore sul campo e negli allenamenti??.. Perché nel lavoro di tutti i giorni siamo chiamati a misurare lo “ stress lavoro-correlato” e nello sport l’atleta non viene ancora visto come un “lavoratore”??
Qui si apre un discorso complesso e variegato. Il problema nel nostro Paese Italia è che la figura dell’allenatore professionista non esiste, o se esiste, solo a certi livelli e solo su pochi sport più conosciuti.
Si tratta di categorie non riconosciute, senza adeguati contratti, senza adeguate garanzie, con tutti i problemi che ne conseguono.

Nel 80% dei casi gli allenatori sono normali cittadini, nel migliore dei casi Ex sportivi o Diplomati ISEF, nella stragrande maggioranza dei casi sono persone amanti dello sport che cercano di arrotondare la paga di fine mese.
Portano sul campo le frustrazioni della famiglia e del lavoro principale, piuttosto che il semplice concetto; “per quello che mi pagano…faccio anche troppo”….
Viene meno la voglia di educare e quello di ascoltare, capire, fare squadra…basta vincere e portare a casa il miglior risultato.
Poco importa se si deve passare sopra le buone maniere con qualche insulto o semplicemente negando spazi e/o opportunità a mezza squadra.

E’ un dato di fatto che l’abbandono nello sport in età adolescenziale è del 50%. Come è possibile?... cos’è che fa passare la voglia di giocare ed allenarsi??...Beh il rapporto con l’allenatore, la mancanza di senso di appartenenza, l’impossibilità costante di non potersi mettere alla prova e di far vedere di cosa si è capaci. Questa frustrazione è la causa dell’abbandono dello sport.
Allora cari allenatori cercate di riscoprire e coltivare giorno dopo giorno la parte emotiva dello sport e non solo quella agonistica.
Lo Sport non è per tutti e vincere non è per tutti, ma appartenere ad una squadra, crescere insieme, ridere, giocare e scherzare, fare gruppo, alimentare una comunità sportiva e correre dietro ad un sogno è un diritto di tutti e un dovere per Voi.

L.G.

 

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