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Dinamo Sassari, coach Pozzecco ''La Dinamo è una centrifuga perfetta, un meccanismo positivo che funziona''

Ha aperto le danze delle dirette Instagram sul canale ufficiale della Dinamo Banco di Sardegna: coach Gianmarco Pozzecco non ha disatteso le aspettative regalando a tifosi e appassionati, connessi con costanza per quasi un’ora e mezza, in un intervento brillante pieno di tanti spunti di riflessione e analisi del momento presente che vive lo sport italiano. Il tecnico biancoblu ha risposto alle domande e curiosità formulate dal popolo biancoblu, con la solita lucidità e intelligenza.

A partire dalla sua vita in quarantena: “Sto bene, ovviamente vivo con ansia la situazione che si sta sviluppando in Italia e nel mondo, ne sono dispiaciuto e spero che tutto si risolva per chi sta lottando. Per quanto mi riguarda la quarantena mi pesa poco, non bramo per uscire e praticamente dal rientro da Burgos non sono mai uscito”.

Coach è stato lei il primo a dire che si doveva fermare tutto in tempi non sospetti…

“Sono dispiaciuto di aver azzeccato il pronostico, rispetto alla mia intervista dopo 24 ore il campionato è stato fermato. In cuor mio speravo che si arrivasse a una soluzione diversa. Quello che mi aveva spinto a dirlo allora, in un momento in cui c’era grande omertà, nel era il dover prendere la responsabilità nei confronti dei miei ragazzi. Li vedevo giorno dopo giorno vivere una sofferenza progressiva, mi faceva soffrire il loro stato d’animo. Era un controsenso impedire alle persone normali di avere contatti e permettere ai giocatori che di contatto fisico fanno una professione di continuare a giocare. Per questo mi sono espresso in quella direzione da subito”.

Come cambierà il nostro mondo dopo questa pandemia?

“Spero nel cambiamento rispetto ad alcune cose, fino a qualche giorno fa ero pessimista rispetto alle tempistiche perché mi sono fatto l’idea che riusciremo a tornare a vivere normalmente solo nel momento in cui si dovesse trovare una cura definitiva o un vaccino. Ora credo si veda un po’ di più la luce, stiamo progredendo e questo mi fa ben sperare. Questa reclusione forzata spero ci porti a un cambiamento soprattutto per quanto riguarda l’uso eccessivo dei social: oggi possiamo abusare della tecnologia, ci permette di passare le giornate serenamente a discapito della totale mancanza di contatto fisico. Spero che questo stop forzato segni un’inversione di tendenza e che, quando potremo uscire di nuovo, lasceremo da parte il cellulare. Mi permetto di dire che in questo momento storico stiamo riconoscendo il valore di quelli che sono i veri eroi, penso ai medici che rischiano la vita per aiutarci a uscire da questa situazione. Bisognerebbe venerarli sempre, noi abbiamo la fortuna di avere uno staff medico e fisioterapico di vera eccellenza e gli sono sempre molto grato per il lavoro svolto”.

Come riesce a tenere alta la motivazione dei ragazzi in campo anche quando la partita non va per il verso giusto?

“La parte più complessa dell’allenare e che ti mette più dubbi è quella delle implicazioni psicologiche: dopo una vittoria hai più paura che la squadra si senta appagata e abbassi la concentrazione o acquisisca confidenza e migliori grazie alla consapevolezza dei propri mezzi? Io tendo a essere positivo perché penso che i miei ragazzi siano gratificati dal lavoro svolto e che abbiano la possibilità di crescere. Il percorso di un giocatore è come salire delle scale, ogni volta che riesci a salire uno scalino hai un processo di miglioramento; ma ci sono degli stop, delle discese di qualche gradino. Le cose positive ti migliorano ma quelle negative non si possono escludere, e devono fungere da motore di crescita ulteriore. Il rischio è che -come dico sempre- il confine è labile tra confidenza e presunzione: si deve avere sempre un equilibrio per avere la giusta fiducia senza sfociare nella presunzione”.

Qual è il giocatore ideale per lei?

“Come allenatore devo potermi fidare dei miei ragazzi, il giocatore scarso ma affidabile per me è come se fosse forte e vice versa. Per me un giocatore per essere affidabile deve essere connesso con quello che sta facendo, come lo ero io quando ancora giocavo. Oggi? Da allenatore vivo male il giorno della partita, ho un’ansia che da giocatore non avevo: ho fatto un piccolo sondaggio tra i miei colleghi chiedendo agli altri allenatori se anche per loro sia così- Tra tutti gli ex giocatori con cui mi sono consultato solo uno mi ha risposto che soffriva più da giocatore che da allenatore. Gli altri la vivono tutti come me. Un altro allenatore che però non ha mai giocato che ha dimostrato la stessa sintomatologia è Ettore Messina”.

Come mai prende spesso tecnico?

“Non voglio addurre una giustificazione perché so di doverci lavorare tanto, anche se ho fatto qualche miglioramento, ma penso di avere una motivazione. Da giocatore il 90% delle volte protesti per un fallo che non ti fischiano o che ti fischiano e hai fatto, in ogni caso qualcosa che ti vede coinvolto. Da allenatore sei coinvolto con tutti i tuoi cinque giocatori in campo”.

La partita più emozionante vissuta da giocatore e da allenatore?

“Sarebbe banale dire la semifinale olimpica di Atene con la Lituania, non voglio a tutti i costi essere anticonformista ma se mi chiedi una partita che mi ha emozionato tanto c’è quella disputata ai campionati studenteschi quando frequentavo il Liceo Scientifico a Trieste: eravamo una banda di scappati di casa, dovevamo disputare l’interzona ma i più grandi della squadra non c’erano e il nostro allenatore si era rifiutato di portarci. Alla fine siamo andati come un’armata brancaleone accompagnati dal prof di disegno come vice: abbiamo stravinto contro un istituto di Venezia, che si erano presentati in grande spolvero. È un ricordo a cui sono molto legato. Mentre da allenatore posso dire che la striscia di 22 vittorie è stato qualcosa di straordinario. Per l’equilibrio che c’è nel mondo dello sport avere costanza con 22 partite vinte senza sconfitte, è un filotto incredibile. Abbiamo a iniziato a contarle dopo la sesta o la settima ma è stato qualcosa di incredibile”

Giustamente si è concluso il campionato, come sarebbe finita la sfida con la Virtus?

“Mi ha fatto piacere leggere quello che ha dichiarato nei giorni scorsi Sasha Djordjevic che ha detto che se gli avessero attribuito lo scudetto non avrebbero festeggiato ma sarebbe stato il giusto riconoscimento per il lavoro fatto. Ha detto una grande verità, lo avremmo fatto anche noi al loro posto, alla fine la Virtus fin qui è una squadra che alla fine di un campionato anomalo erano primi in classifica”.

Qual è la cosa che ama di più della Sardegna?

“Il fatto di essere un’isola con un mare incredibile, voi sardi siete estremamente umili e avete un legame intrinseco con la vostra terra, vivere in un’isola vi porta ad avere ancora di più questa caratteristica. Io guardo il vostro mare come la cosa che si avvicina di più al paradiso, sono fortunato a vivere qui. Quando fai lo sportivo sei in qualche modo in vista e viene riconosciuto un merito superiore anche a quello che meriti, ma il sardo in questo è un mix tra vero affetto ma il non essere mai invadente, l’equilibrio perfetto per chi vive il fatto di essere riconoscibile”.

Ha già un’idea di come sarà la Dinamo 2020-2021?

“Non ho ancora un’idea su che squadra sarà, rispetto al periodo che stiamo vivendo gli addetti ai lavori sono focalizzati sul chiudere questa stagione appena conclusa. Iniziare a programmare oggi la prossima stagione è un po’ prematuro, è vero che posso risponderti ì che la mia idea di squadra da allenare è precisa. Se posso avere dei dubbi rispetto al come far giocare una squadra, impostare un allenamento, che schemi usare, non ho dubbi sulla direzione che deve prendere la squadra e la tipologia di giocatori che ne devono fare parte. Come sapete ho sempre inseguito un giocatore come Miro Bilan perché ero convinto che -oltre al talento- fosse anche una persona incredibile. Quest’anno abbiamo avuto modo di viverlo e chi ha avuto modo di conoscerlo ha capito che persona eccezionale sia. La chiave per la mia squadra? Niente teste di c…., basto io”.

Ci racconta un aneddoto sconosciuto di Atene 2004?

“Ad Atene sono diventato molto amico di Francesco Damiano e tutti i pugili. Sono un appassionato e loro prima di partire, la mattina della finale, mi hanno regalato i guantoni. La sera della finale siamo usciti tutti insieme, anche con gli argentini con cui eravamo amici, abbiamo festeggiato tutti eravamo felici dell’argento: la mattina dopo in pieno hangover siamo andati a Casa Italia a rilasciare le interviste e io avevo i guantoni. Ricordo che a un certo punto ho tirato un cazzotto a Chiagic e l’ho preso in pieno, mi voleva uccidere”.

Che idea aveva della Dinamo prima di venire ad allenare qui?

“Della Dinamo avevo l’idea che ho adesso, per certe cose ho un grande intuito e ho sempre pensato che potesse essere un posto perfetto me dove fare bene. Anche da esterno ero consapevole che ci fosse un idillio tra società, squadra e tifosi: ci vuole equilibro tra queste tre componenti. Un riconoscimento di ruoli ma allo stesso tempo con la capacità di condividere tutto quello che succede, ecco questo sistema qui funziona perfettamente e siamo in una centrifuga perfetta, dove il sistema va alla perfezione, un meccanismo positivo che funziona. È quello che abbiamo visto anche in questo momento di emergenza con la raccolta fondi lanciata in sostegno degli ospedali isolani: il club chiama all’appello e tifosi, appassionati ma anche sponsor rispondono”.

Fonte: Ufficio Comunicazione Dinamo Banco di Sardegna

 

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