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Marco Pierantozzi lascia l'incarico di istruttore degli arbitri. La sua lettera di saluti al CR Fip Marche

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Lettera alla mia seconda famiglia: FIP Marche

Sabato 19 aprile 2008, un pomeriggio primaverile. Allora ero un venticinquenne arbitro nazionale (giovanissimo, per i canoni dell’epoca), al mio secondo anno nel campionato di C1. Era la prima stagione rientrato nelle Marche, dopo 5 bellissimi anni a Bologna. Con Claudio Ciandrini eravamo in viaggio verso Empoli, per arbitrare una gara di campionato. Mentre sostavamo in un’area di servizio a prendere un ca?è, squillò il telefono: Franco Provenziani, il nostro Presidente CIA regionale. Pochi i convenevoli, nel consueto stile di Franco, poi subito al sodo: “Che ne dici di fare l’Istruttore Regionale?”. Attimi di smarrimento, poi replicai: “Dei Miniarbitri?”. “No, degli Arbitri. Non devi rispondermi subito, prenditi tempo per pensarci, iniziamo quest’estate per essere pronti a settembre”. Mi presi del tempo per pensarci, circa 3 secondi e mezzo.
Gli dissi subito di sì, e dieci minuti dopo ero seduto in auto a programmare ciò che sarebbe stato.

Se fare l’arbitro è stata una scuola di vita, fare l’istruttore arbitri ne è stato il dottorato. Essere arbitro mi ha insegnato a essere uomo, essere istruttore mi ha insegnato a essere macchina. Che non signi?ca non provare emozioni, bensì riuscire a domarle nel supremo interesse del movimento. Tante volte in questi dodici anni mi sono trovato davanti a un bivio: essere simpatico e benvoluto da tutti, o essere giusto ed e?cace nelle scelte. Ho sempre imboccato la seconda strada, a volte pagando un caro prezzo in termini di relazioni personali. Ma non me ne sono mai pentito.
Quando hai un ruolo di responsabilità, quando maneggi le sorti (e dunque i sogni) di tanti arbitri, sei sempre in bilico tra il far contento l’uno e deludere l’altro. E’ uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. Molti l’hanno capito subito, altri ci hanno messo del tempo. Alcuni non lo capiranno mai.

Errori ne ho fatti, tanti. Solo chi non fa non sbaglia, e io non sono mai stato uno che stava a guardare. Ho sempre preferito fare, a tratti anche troppo, esponendomi in prima persona e pronto a prendermi la merda quando sbagliavo. Ne ho presa, e mi ha fatto bene: solo conoscendone l’odore si è poi in grado di starne lontano.
Mi piace pensare che “quelli come noi” hanno un conto aperto con il basket: si dà e si riceve. Come istruttore ho dato tantissimo, sacri?cando la famiglia, il lavoro, gli amici. Sacri?cando l’amore. Ma ho ricevuto altrettanto. Ho conosciuto persone fantastiche, con cui ho condiviso momenti indimenticabili della mia vita, e molte delle quali ancora oggi ne fanno parte. Mi sono sempre sentito importante in un mondo, quello FIP Marche, che negli anni ha saputo darmi ?ducia nel mio operato, opportunità di crescita, attestazioni di stima, rispetto.

Ho sempre potuto impostare l’attività come ritenevo giusto, certo dovendo scendere a patti con il decisore politico, ma senza mai rinunciare al modello di formazione arbitrale in cui credevo.
Quante battaglie con Davide nei primi anni, quando ancora dovevo dimostrare tutto ma pretendevo già molto. Non ho un carattere facile: avrà un cassetto con una decina di mie lettere di dimissioni, fortunatamente sempre respinte (con più o meno insulti). Ci siamo scannati decine di volte, un centinaio di volte sarà stato sul punto di cacciarmi, ma ne siamo sempre usciti più legati di prima. Oggi Davide è un amico, prima che il Presidente.

Quante discussioni con dirigenti, allenatori, giocatori: ho sempre creduto nel confronto tra punti di vista di?erenti e un aspetto che rivendico con orgoglio è l’aver sempre incoraggiato tutte le critiche, alcune incassandole con umiltà, ad altre replicando con orgoglio. Ho sempre adorato entrare nei palazzetti e sentire, a metà terzo quarto: “Pierantòòòòòò, se questi fanno schifo la colpa è solo la tuaaaaaaa”. Era comunque un modo per riconoscere il mio ruolo :)
Agli albori, dopo una gara tirata, ero in spogliatoio a esaminare la prestazione insieme agli arbitri quando bussarono alla porta. Ingenuamente fui io ad aprire e subito una mano mi ammollò una sonora sberla. Al mio sguardo incredulo, il tifoso rispose più incredulo di me: “Ma tu non sei l’arbitro! Vabbè comunque se stai qua te la meriti lo stesso”. Da allora lasciai che fossero sempre gli arbitri ad aprire le porte in simili circostanze.

Quanti sbu? dagli arbitri per il carico di lavoro che imponevo loro, sempre esagerato ma in de?nitiva accettato. Per le aspettative che nutrivo, sempre troppo alte e dunque spesso disattese. Per le punizioni che stabilivo, sempre esemplari ma di cui era evidente il ?ne educativo. Ho sempre preferito essere il padre pronto a s?larsi la cinta piuttosto che il fratello pronto a dare la pacca sulla spalla. Credo che ciò abbia richiesto più coraggio, ma sia stato determinante nel rendere più incisiva l’opera di formazione. E la gratitudine negli occhi dei ragazzi mi ha sempre incoraggiato a proseguire in questa strada: mi hanno fatto sempre sentire rispettato, anche quando forse non lo meritavo. Ecco, questo è ciò che mi ha fatto superare anche i momenti più di?cili, perché ce ne sono stati: avere sempre la squadra dalla mia parte. Sempre, anche quando c’erano da fare i suicidi e nessuno ne aveva voglia.

E per un allenatore non so se questo è tutto, ma è sicuramente tanto, tantissimo.
Sono orgoglioso dei miei ragazzi (sì, che vi piaccia o no saranno sempre i miei ragazzi), e adesso lo voglio urlare, senza la cinta in mano. Sono orgoglioso di ciascuno di loro, dall’allievo che oggi arbitra in serie A a quello che oggi non arbitra più perché si è stancato di fare solo panchina. Perché a entrambi mi sono dedicato con la stessa passione. Mi sono sempre sentito un giardiniere il cui compito era quello di far crescere un bel prato verde, uniforme, senza troppe chiazze ingiallite. Le stelle alpine, quelle non vanno coltivate, crescono da sole anche in cima alle montagne. Ma il prato verde no, va inna?ato costantemente e con cura. Allenare l’arbitro di talento è facile. E’ allenare gli altri che non lo è, e a questi mi sono sempre dedicato tanto, se non altro perché ce ne sono 9 per ogni arbitro di talento.

A qualcuno sicuramente non sono riuscito a dare ciò che meritava: è un tarlo che mi tormenta continuamente, perché sono arbitro anche io e so bene cosa vuol dire non riuscire a raggiungere un obiettivo pur avendo fatto molto di quanto necessario.
Nulla mi sarebbe stato possibile senza l’apporto dei tanti collaboratori CIA Marche che si sono succeduti negli anni. Iniziando dai Presidenti: il leggendario Franco, il saggio Pino, il mostro sacro Renato e l’instancabile Lella, un motore inesauribile. Poi gli altri Istruttori Regionali, quelli che si sono succeduti nel Settore Attività Giovanile (Antonio, Marco e Luca) e nel Settore U?ciali di Campo (Lorenzo e Cristina). Tutti gli Istruttori e i Delegati provinciali, i Designatori, gli Osservatori. E gli Arbitri e UdC Nazionali, sempre disponibili a mettere a disposizione le loro esperienze e competenze.

Ma il mondo FIP Marche non è solo CIA, e voglio ringraziare i tanti collaboratori del Comitato, di tutti gli u?ci, e tutti i dirigenti e i tecnici dei vari settori con cui negli anni la collaborazione è stata sempre totale e pro?cua.
Davide. Su Davide non ci sono tante cosa da dire, ciò che ha fatto per la nostra pallacanestro e per il movimento arbitrale è sotto gli occhi di tutti. Per me è iniziato tutto con lui: abbiamo condiviso i suoi primi tre mandati, ora lui va per il quarto e mi dispiace non accompagnarlo.? Ma è ora di cambiare, una ventata di aria fresca non potrà che portare giovamento.
“Dopo aver fatto sempre la stessa cosa nello stesso modo per due anni, inizia a guardarla con attenzione. Dopo cinque anni, guardala con sospetto. E dopo dieci anni, gettala via e ricomincia di nuovo tutto.” (Alfred Edward Perlman) Ovviamente non sparirò: “certi amori non ?niscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Continuerò a essere un Arbitro, un Istruttore e a collaborare attivamente per il movimento.

Lascio il posto di Head Coach della squadra di arbitri marchigiani e vado a sedermi in fondo alla panchina, pronto a sostenere i ragazzi passando asciugamani e bottiglie d’acqua. Dispensando i consigli - anche non richiesti - di chi ne ha viste tante.
E, ora sì, pronto a dare pacche sulle spalle.

AD MAIORA

Marco Pierantozzi
Ex Istruttore Regionale Arbitri Marche 2008 - 2020 

 

© Riproduzione riservata

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