"In questi giorni ho letto con attenzione l’intervista del Presidente Gianni Petrucci, nella quale afferma che «il movimento basket non è in crisi», elogiando i risultati sportivi ottenuti dalle nazionali e ricordando che la Federazione non può intervenire sulle scelte dei club riguardo l’utilizzo di stranieri, comunitari o italiani ormai “anagraficamente datati” nelle prime squadre. È una posizione legittima, ma parziale. Il problema, infatti, non riguarda soltanto chi scende in campo in Serie A o in Serie B: il nodo centrale è la struttura del movimento, il modo in cui viene formata la base e gestito il percorso dei giovani. E proprio da questo punto di vista, alcune riflessioni diventano inevitabili.
A. Formazione degli allenatori: obbligo sì, ma con un vero sistema di valutazione
Il coach della nazionale, che stimo profondamente per competenza e serietà, chiede alle società di investire sugli allenatori. Sacrosanto. Tuttavia:
1. Gli allenatori giovanili già oggi devono aggiornarsi costantemente: se non completano i corsi, non possono allenare.
2. Ciò che manca non è la formazione “di cartellino”, ma la valutazione reale della competenza.
Le società devono essere incentivate e, in molti casi, obbligate a:
• scegliere allenatori formati con criterio, non per conoscenza o disponibilità;
• sottoporli a valutazioni periodiche (3/5 anni) basate su crescita dei giocatori, metodologia, capacità educative e tecniche;
• accettare uno screening costante sui metodi di lavoro, come avviene nei settori giovanili evoluti d’Europa.
Solo così si costruisce qualità, non con attestati ottenuti “per obbligo”.
B. Il basket è inclusione ma anche selezione: ai genitori va spiegato
Il basket è uno sport straordinario perché unisce inclusione e merito. Chi guida una società ha il dovere di farlo capire alle famiglie, che spesso confondono:
• lo “stare insieme” con l’assenza di obiettivi,
• l’educazione sportiva con il non chiedere miglioramento.
Eppure oggi esistono troppe realtà guidate da dirigenti che improvvisano, impostando un’attività quasi “oratoriale”, senza ambizione, senza progettualità e senza la fame di eccellere. Questo non significa fare settore giovanile: significa fare bambinaio. E uno sport gestito così non ha futuro.
C. I costi delle prime squadre: un sistema che non incentiva a investire
Prendiamo la Serie C, un campionato definito “dilettantistico”: ha costi sproporzionati rispetto a ciò che offre. L’esperienza da presidente mi ha portato anni fa a non iscrivere più la mia prima squadra. Le ragioni erano (e sono) molteplici:
- formula assurda: vinci la stagione regolare, devi comunque fare i playoff, e anche se vinci i playoff devi affrontare un ulteriore spareggio promozione in campo neutro interzona;
- tesseramenti NAS dai costi ingiustificati: 2.500 € in Serie C, 500 € in DR1, a fronte di servizi federali (arbitri, visibilità, coperture) minimi;
- trasferte interregionali che aumentano spese e complessità.
In questo contesto, pretendere che le società investano cifre ingenti senza un sistema premiante o sostenibile è semplicemente irreale.
D. La chiave è il settore giovanile: professionalità, affiliazioni e continuità
Se non si investe seriamente nei settori giovanili, il movimento non potrà mai crescere. Una piccola società - se rimane isolata e guidata da dilettantismo - è destinata alla mediocrità. I talenti migliori:
- smettono,
- oppure emigrano altrove troppo tardi,
- oppure restano intrappolati in contesti che non sanno valorizzarli.
La soluzione non è utopica: affiliazioni serie, con realtà che dispongono di allenatori professionisti, metodo, cultura tecnica e capacità di programmazione. Serve:
- offrire allenatori qualificati e stabili,
- valutarne il lavoro su cicli quinquennali,
- permettere alle aziende che investono in questi progetti di ottenere visibilità reale e ritorno.
Solo così si crea movimento.
Solo così si inverte la rotta.
Conclusione
Il basket italiano non è “in crisi”? Forse no, se guardiamo soltanto ai risultati delle Nazionali. Ma il giorno in cui il movimento sarà misurato:
- sulla qualità dei vivai,
- sulla crescita dei giovani allenatori,
- sulla sostenibilità dei campionati inferiori,
- sulla capacità delle società di ambire all’eccellenza,
allora potremo davvero dire di essere un Paese cestisticamente sano. Fino a quel momento, è necessario avere il coraggio di ammettere che il sistema va ripensato. Dal basso. Con competenza. Con ambizione. E con visione".
Samuele Simoncioni - Amministratore Montemarciano Basket 1986